{ ballata della saponata }

D' accordo, non è un modo particolarmente intelligente per cominciare un post a mezzanotte e trentasette. Insomma, di solito la gente che inizia i post a mezzanotte e trentasette parla di altre cose, tipo il mal di vivere o l' angoscia esistenziale, mica si chiede come mai la casa editrice che ha pubblicato "The little white horse" - il libro di Elizabeth Goudge, quello da cui hanno tratto recentemente il film - abbia tradotto il titolo con "Moonacre, i segreti dell' ultima luna". Perché sì, va bene il richiamo al cinema e tutto, che sennò 'sto libro probabilmente non lo considererebbe nessuno, ma qualcuno mi spieghi cosa c'entri l' ultima luna, con la storia originale.
Tutta 'sta pappardella per dire che sì, anche se a vederlo ancora non sono andata - dovevo andare stasera con Chiara, ma poi abbiamo scoperto che l' hanno tolto di programmazione da Montecatini e l' hanno invece messo a Viareggio, indipercui non era molto fattibile andare quaranta minuti in autostrada e impazzire per trovare parcheggio là, e siamo quindi finite al ristorante cinese & a chiacchierare davanti al gelato - sono riuscita a trovare il libro. E devo ammettere che non mi ha per niente deluso, pure se avevo fantasticato per anni su questa storia che conoscevo a metà: certo, lo zio non era lo zio ma era il cugino, il fantasma lunare che entra in camera di Maria non era un fantasma ma semplicemente Loveday, il fratellino mi sa che se lo sono inventati quelli dello sceneggiato che vidi da bambina perché nel libro non se ne parla, ma la storia è adorabile. Un po' sbrigativa in alcuni punti, troppo prevedibile in altri, ma adorabile. Penso che se avessi messo le mani su questa storia a dodici anni, molto probabilmente l' avrei imparata a memoria, quasi com'è successo con "Piccole Donne".

*

Ieri ho visto Pippi! Sì, esatto, Pippi è venuta a Pistoia. Lo so, sembra assurdo, perché appena un anno fa non credevo che Pippi e Pistoia potessero stare nella stessa frase. Non so come mai lo pensassi, eh: insomma, dopotutto Pippi e Siena nella stessa frase stanno benissimo, ma Pistoia... Pistoia non lo so. Più che altro, nemmeno io a Pistoia c' avevo mai pensato: malgrado teoricamente risieda da qualche parte in provincia di Pistoia, infatti, di questa città io non me ne curo. Posso dirvi tutto su Lucca, descrivervi quali negozi ci sono in quella via di Firenze, perfino spiegarvi goffamente dove come arrivare in casa della mia amica Alessandra a Pisa, ma... ma Pistoia no, ecco. Diciamo che a Pistoia io avrei potuto vivere in un' esistenza parallela, o perlomeno frequentarci il liceo, quindi finirci in un certo senso, tipo non lo so, amici pistoiesi e tutto il resto, ma in quarta ginnasio decisi di finire tragicamente (tre debiti) l' anno a Pescia, piuttosto che scappare al liceo classico di quella città (vecchio ordinamento, senza matematica, tanto per dirne una) e quindi niente, sono rimasta con la curiosità di sapere come sarebbe stata Pistoia. Anzi no, nemmeno la curiosità, diciamo che dopo la fine del liceo nemmeno c' avevo più pensato: se la mattina ci passavo in treno, degnavo il cartello della stazione di un' occhiata distratta, ma per il resto Pistoia rimaneva il posto sfigato in cui avevo messo piede l' ultima volta verso ottobre, finendo non so in che ristorante con le bimbe. Bene, tralasciando tutta la premessa che potevo evitarvi (ma dopo mezzanotte divento logorroica, peggio del solito, chiedo perdono), Pippi è venuta a Pistoia.

Il piano originale, a ben pensare, prevedeva che io l' andassi solo a prendere (appunto perché la mia provincia è abbastanza sfigata, niente a che vedere con la grandiosità di Firenze o la misteriosa medievalità di Lucca) a Pistoia e la portassi col treno da qualche parte. Tipo, chessò, Montecatini Terme. Che vabbè, è famosa per altre (discutibili) cose, di recente, ma è pur sempre un pezzo del mio mondo, quindi ha un che di sbrilluccicoso, quindi in un certo qualmodo fa parte dello spazio-tempo, quindi mi sarebbe piaciuto fargliela vedere. E dunque, una volta che ci siamo trovate al Battistero in Piazza del Duomo, sotto la pioggia che scendeva (no, ok, ho già detto due bugie: bisognava trovarci al Battistero, solo che appunto stava piovigginando, non esattamente piovendo, quindi io mi sono spostata sotto la loggia della chiesa e lei m' ha visto seduta lì, a scrutare la piazza, cercandola. E per amore di cronaca aggiungo che sarebbe stato interessante raccontarvi pure dell' omino tamarro, anche se tanto gentile, che ho incontrato sul treno, nonché delle mie perplessità su dove si trovasse la suddetta piazza, una volta arrivata, ma siccome mi sono accorta che di particolari ne racconto fin troppi, ne sembro quasi ossessionata, la chiudo qui), c'è sembrato logico avviarci verso la stazione. Ciarlando allegramente per strada e non portando a termine un discorso, ma capendoci come solo le cretine sanno fare, siamo arrivate parlando di personaggi usciti fuori dai romanzi di formazione e travagli vari davanti al cartellone delle partenze & degli arrivi: incredibilmente, tutti i treni diretti a Lucca / Viareggio avevano un trentacinque minuti di ritardo a testa. Disperata, mi informo con la signorina della biglietteria, che gentilmente c' informa del fulmine che ha colpito la linea aerea o qualcosa del genere verso Montale-Agliana: probabilmente, ha osservato saggiamente Pippi, Fato non vuole che andiamo a Montecatini. Quindi,  siccome abbiamo sperimentato che al Fato è meglio dare retta, e inoltre non c'era tempo di andare & tornare per le sette, abbiamo cambiato idea: facciamo le turiste cretine, insieme, a Pistoia!

E posso assicurarvi, non so se per colpa dello spazio-tempo, che fare le turiste-cretine nella (quasi) propria città è fantastico. Perché sì, forse agli occhi della folla sembrate solo due sceme che girate sotto la pioggia blaterando di Alessandro Manzoni (la cotta passò a suo tempo, ma il nome ormai resta) e degli amici suoi che suonano in piazza, e ommioddio guarda, lì c'è una fumetteria, ma lo sai che quegli omini che giocano con i soldatini ci sono venuti apposta per giocare con i soldatini, magari pure da lontano, e andiamo in quel vicolo buio & sperduto, magari spunta un folle e ci accoltella con molto travaglio, ma chissene, sta piovendo, poi ci protegge Fato, almeno quello ce lo deve e non so che altro. Indimenticabile poi la scena finale, quella delle sei e mezzo, alla stazione: io che corro come una deficiente sull'  ultimo treno (mi pare di aver capito) utile per Lucca, ma nel mentre ho ancora in borsa il bigliettìn di buon compleanno di Pippi e allora facciamo un' altra cosa da film, massì, sporgiamoci fra le porte del treno e diamoglielo, magari mentre lei ti ricorda ridendo che stava quasi per decapitarsi, così facendo, salutando l' amica sua dopo una pazzagioia romana. Ovviamente, le porte non si sono chiuse: anzi, sono passati i secoli prima che il treno si decidesse a muoversi, quindi abbiamo sfruttato ampiamente anche questi ultimi minuti, dando chiaramente il meglio di noi. Insomma, voi avete mai provato a chiamare la vostra amica, fuori dal treno, giusto per vedere la sua faccia alla vista del tuo squillo? E a parlarvi così, di cretinate e di chiome fluenti, da dietro un vetro? Quando finalmente siamo partiti, lei c' ha rincorso; io andavo sempre più in fondo al treno, per salutarla e continuare a farle le boccacce. Quando è sparita dalla mia visuale, poi, mi sono dignitosamente seduta nel primo posto libero, ignorando le sopracciglia alzate delle anziane signore che avevo davanti: per una volta dovevo pensare a cose più importanti, come accendere la macchina fotografica e vedere se nelle foto sembravamo abbastanza cretine.

(tutto 'sto blaterare, Pippi, è solo il mio modo per dirti: grazie della giornata!)

*

Per il resto, continuo ad essere perennemente confusa.

(0.42) Salomè*: diciamo che il non sapere cosa vogliamo non deve essere
una scusa per non fare niente
(0.42) Salomè*: ma al tempo stesso metterci fretta è inutile
perché disgraziatamente per essere convinti di qualcosa bisogna metterci un po' (molto) di cuore
(0.43) Salomè*: che ha tempi bizzarri, del tutto differenti dalla testa.

E lo so che da questo blog molto probabilmente sembro solo la ragazzina viziata che si lamenta, in parte lo sono probabilmente, però giuro che ci sto provando.
Secondo me è colpa della primina. Io non la volevo fare, la primina, non volevo essere l' unica in classe con l' anno di nascita sbagliato: mi ricordo di quanto ho pianto, alle elementari, quando abbiamo fatto il giornale di classe in quinta con il sottotitolo "quelli dell' ottantanove" (evidentemente, il desiderio di fare la maestra deve proprio nascere da quanto ho sofferto io a scuola: tornare indietro per sciogliere un nodo e fare del bene contemporaneamente, perlomeno provarci, non sarebbe una brutta cosa) e di quanto mi hanno gridato contro, alle medie, quando sulla pagella c'era l' anno di nascita scritto sopra e io, perché non volevo che nessuno lo scoprisse, c' ho rovesciato sopra il bianchetto, ignorando ovviamente cosa fosse un documento ufficiale. Un anno così, di sbandamento, mi dico, con queste premesse dovevi mettere in conto che ti capitasse: dimostri sedici anni, nemmeno i tuoi diciannove, ragioni come una ragazzina di quindici, dimmi cosa ci fai fra i ventenni, dimmelo.
No, lo so, non dovete dirmelo voi: sono scuse, giustificazioni e alibi che mi creo per non ammettere l' errore. Volli, sempre volli, fortissimamente volli: avrei dovuto fare quello che volevo, fregandomene delle conseguenze. Avrei, avrei, avrei... ecco, ormai è tardi. Vai a letto, domani devi alzarti presto, smetti di blaterare, riposati e reagisci, piuttosto.

Reagisci.
Lo dico a Chiara, lo dico ai personaggi dei romanzi di formazione, lo dico un po' a tutti e sto cercando di convincere anche me: diciannove anni e tre mesi poco più, hai tempo, non sprecarlo ulteriormente, non sei un personaggio di romanzo di formazione, intrappolato dentro ad una storia e che deve fare quello che c'è scritto nella quarta di copertina, puoi andare dove vuoi. Solo... reagisci.

L' ha detto Charmen lunedì, 29 giugno 2009, alle 01:24.


{ il cane che si morde la coda }

Inutile girarci intorno e fingere che non sia successo: l' esame di Storia dell' Architettura non è andato bene. Partita all' inizio più che discretamente con Leon Battista Alberti e il Quattrocento, sono andata nel panico quando la professoressa mi ha chiesto di spiegarle disegnando "i caratteri linguistici del Romanico". E la fine è arrivata con la domanda sul Palladio, di cui sapevo unicamente che si chiamava Andrea di Pietro della Gondola (1508 - 1580) e che aveva una formazione fabbrile, ma che purtroppo non avevo sui miei appunti e nemmeno mi ero presa il disturbo di studiarmelo su quelli di Angela.

"Lei studia ossessivamente i particolari" mi ha detto la professoressa, a metà fra il dispiaciuto e l' arrabbiato "Ma di architettura non mi ha saputo dire niente, non si pone i problemi architettonici, non pensa da architetto. Adesso si stacchi dai libri, mediti sulle fotografie e torni il sette"

Ora, effettivamente, non avevo studiato. Avevo passato i pomeriggi a fantasticare con il quaderno aperto e gli appunti davanti, ma un' ora di fila concentrata non ero mai riuscita a studiare. Praticamente, sono andata all' esame con quello che avevo imparato durante il corso - se ci ripenso, che umiliazione farsi bocciare a Storia dell' Architettura seguendo pure il corso! - e con quello che avevo letto sui libri della biblioteca, ossia esclusivamente le vite.

( Lo so, studiare le vite è una perdita di tempo e non serve a niente, ma a me piace studiare le vite: praticamente, è l' unica cosa che mi piace del corso di Storia dell' Architettura. Oltre ad essere divertente impicciarmi dei fatti di questi geni, studiare le vite mi piace perché a volte trovo qualche affinità fra la loro e la mia - allora sorrido, come per un segreto condiviso. )

Siamo a giugno, e ho dato un solo esame - Matematica, dato peraltro unicamente per dimostrare a me stessa e al mondo che con la volontà si vince e si può tutto.
Adesso, il problema è capire cosa fare con questa benedetta università il prossimo anno: dal momento che è palesemente chiaro che non piace studiare, che non ho la mentalità da architetto, che anche se parto con le migliori intenzioni poi mi perdo per strada... continuare vale la pena?
Scrivo sul blog perché mi serve un consiglio.

Opzioni:
1) Scienze della Formazione, che poi è la sola cosa che abbia mai voluto fare. Maestra elementare, il mio sogno da quand' ero bambina. Mi piace la pedagogia, mi piace quel corso di studi a parte per tutti gli esami di psicologia che, volendo, con un po' di impegno posso tranqullamente fare comunque, mi piace mi piace mi piace. Resta il problema della riforma Gelmini, certo. Resta il problema che da quello che ho capito adesso Scienze della Formazione non è abilitante, oppure lo è ma non c'è lavoro comunque, visti gli esuberi della scuola, visti tutti i fondi tagliati, resta il problema che studierei quattro anni per niente o quasi. A ottobre, quando mi iscrissi ad Architettura, fondamentalmente perché volevo imparare qualcosa e dimostrare a me stessa che non ero capace solo di leggere & scrivere, lo misi in conto: alla fine di questa laurea cercherò di insegnare educazione tecnica o qualcosa del genere alle scuole medie, e nel mentre farò quello che ci sarà per insegnare alle scuole elementari, sperando di realizzare prima o poi il mio sogno - che, stoicamente, provai a rimandare.
2) Lettere Moderne. Diamine, Lettere Moderne, il corso più inutile del mondo! No, non ce l' ho con chi fa Lettere Moderne, eh, inteso, ce l' ho con me stessa che non ho voglia di impegnarmi e che devo sempre scegliere la strada più facile - più facile per me, ripeto. Sì, lo so che se facessi questa benedetta facoltà di Lettere renderei felici i miei genitori (e la loro fissa del giornalismo), lo so che molto probabilmente c' avrei una media assurda in fretta & bene perché, diciamoci la verità, io che studio le vite degli artisti, e non le loro opere architettoniche, starei mentalmente meglio a Lettere. Certo, mi disprezzerei tutta la vita perché ho voluto studiare letteratura, cosa che potevo tranquillamente fare come sto facendo adesso, semplicemente leggendo, e che quindi non ho imparato niente di nuovo. E certo, sarei una pessima insegnante di Italiano, questo lo so: non ho mai avuto difficoltà in questa materia, come potrei insegnarla decentemente? [ e qui partono i discorsi didattici / pedagogici di Salomè, che tagliamo per comodità dei gentili lettori ]
3) Architettura. Rimanere dove sono, inspirando profondamente, mettere in conto che per dare un' esame lì a me serve il doppio del tempo e dello studio che ci mettono gli altri (e sarebbe una lezione di umilità di cui effettivamente ho bisogno), affrontare serenamente e al tempo stesso piena di buona volontà questo percorso al termine del quale, perlomeno, uscirò notevolemente migliorata - quello che non ci uccide, dicono, ci rende più forti. Resta da capire solo perché io non posso accettarmi per quello che sono, imponendomi costrizioni di questo tipo.
4) Andare a lavorare, mollando l' università. Sarebbe la scelta più sensata sotto molti punti di vista, anche se non avrei idea di che lavoro potrei fare con un diploma (utilissimo!) di liceo classico. E lavorare certo non sarà uno scherzo, questo lo so - il problema principale, ad ogni modo, sarebbe trovarlo.

...qualcuno c' ha capito qualcosa?

L' ha detto Charmen domenica, 21 giugno 2009, alle 17:38.


{ una storia ritrovata }

Quinta elementare.
In realtà, per quello che ricordo e per quello che cambia ai fini della storia, potrei essere stata benissimo in terza o quarta: la sola cosa certa è che quell' anno, più o meno verso marzo, il consiglio di classe decise di aderire ad un programma sportivo, secondo il quale avremo preso quattro o cinque lezioni di tennis. Personalmente non mi importava granché, di imparare a giocare a tennis, ma accolsi comunque la notizia con gioia e gaudio: basta con le staffette e basta con il basket nelle ore di ginnasitica quando va bene, basta con la maestra Costanza che ci tiene in classe a farci scrivere le regole del calcio quando va male (e fa dettare me, fra le altre cose, mentre lei cerca altra roba, quindi poi gli altri mi prendono in giro perché sono la cocca della maestra), usciamo da scuola, partiamo per i campi da tennis, facciamo qualcosa di nuovo e magari posso anche parlare con le mie amiche, forse lì nessuno se ne accorge.

...in realtà, di queste lezioni di tennis io ne feci solo un paio - ovviamente le ultime due, quando ormai agli altri avevano già spiegato tutto, o perlomeno a tenere in mano la racchetta senza fare danni, di conseguenza dopo un primo disastroso tentativo la maestra Cinzia mi consigliò di starmene seduta a guardare gli altri e ovviamente io scoppiai a piangere, ma... questa è un' altra storia*.
...e di queste lezioni di tennis io ne feci solo un paio perché il primo sabato di lezione, quello che io e i miei compagni di classe aspettavamo trepidanti da un paio di settimane, ebbi la bella idea di prendermi febbre & mal di gola. Da piccola, a differenza di mia sorella, io non mi ammalavo spesso, ma quando lo facevo mi ammalavo per bene: tre settimane fra letto e divano, con la televisione in camera la mattina e il pomeriggio, i libri fino a tarda notte e, ovviamente, qualcuno pronto ad accorere al mio capezzale quando lo chiedevo. Ah, sì, mi nutrivo quasi eslusivamente di gelato e incredibilmente ammutolivo fino a che non mi passava il mal di gola, il che poteva implicare quindi settimane di assoluto silenzio, con nonna Em(ilietta) che sperava di strapparmi una qualche reazione con i racconti della sua giovinezza o con l' insegnarmi a fare i mangiarini, e...perché oggi questa insolita tendenza a divagare? Bah.

Sabato mattina, quel sabato mattina.
Mamma e babbo in studio, a lavorare; nonna Velia probabilmente fuori a stendere i panni; nonna Em probabilmente a casa sua, a Lucca, o da non so quale amica sua; io, in preda alla febbre e al mal di gola lancinante, dal mio letto tomento il telecomando della televisione portatile in cerca di qualcosa da guardare, un cartone animato per esempio. Per caso, trovo i titoli di testa di qualcosa su Italia1. Mi fermo, guardo, più che altro ascolto: la musica è carina, l' atmosfera è sufficientemente lugubre strappalacrime, passa un' ora prima che mi renda conto.

Mi sembra buffo dire adesso che le prime (e ultime, dettagli) storie fantastiche che ho scritto sono state influenzate fortemente da quello che vidi quel sabato mattina e i due successivi, perché ho scoperto oggi che è esattamente quello che è successo a J.K. Rowling. Sì, perché quella storia vaga di cui non conoscevo il titolo, ma che parlava di questa bimba rimasta orfana, che con la sua governante se ne va nel misterioso castello del misterioso zio e  là, dopo una serie di misteriosi fatti & apparizioni, le viene rivelato di essere l' ultima principessa della luna... oggi ho scoperto essere tratta da The Little White Horse, libro di Elizabeth Goudge del 1946, di cui nel 1994 hanno fatto un adattamento televisivo trasmesso presumibilmente qualche anno dopo (1998? 1999? 2000?) in Italia. E, che di recente, è tornato agli onori della cronaca: è il soggetto di "Mooncare, I segreti dell' ultima luna", attualmente nelle sale cinematografiche - nonché, dicono, il libro che ha ispirato "Harry Potter".

Voi non avete idea di quanto, tornata a scuola e quindi impossibilitata a vedermi il seguito di sabato mattina, mi sia tormentata per scoprire cos'era successo a Maria, al suo zio e specialmente che voleva dire tutta quella cosa sulle principesse della luna. Ai tempi chiesi a mamma e alle maestre se ne sapevano per caso qualcosa, entrai in argomento pure col mio babbo perché l' esperto di letteratura / film era lui, quando a dieci anni toccai il computer per la prima volta, con i miei genitori accanto, fu la prima cosa che cercai con google (ma ovviamente, mettendo come chiave di ricerca "bimba orfana che va dallo zio e un fantasma gli regala un ciondolo" era difficile trovare qualcosa) e riscrissi tutto quello che mi ricordavo, aggiungendo un diverso finale ogni volta, nelle ore scolastiche alle scuole medie. Distrattamente, fino a qualche mese fa, ogni tanto continuavo a cercarne la trama sulle guide tv.

Oggi, tornando da Firenze e leggendo distrattamente le trame dei film al cinema su Metro, ho fatto un salto sul sedile. Non so come, cioè lo so ma non capisco il perché di questo colpo di fortuna, ma l' ho ritrovata.

L' ha detto Charmen giovedì, 18 giugno 2009, alle 23:00.



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« Ed è in parte vero, ma non del tutto vero. La gente pensa sempre che le cose siano del tutto vere. »

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Tanto piacere!

Salomè, diciannove anni e poca simpatia per le descrizioni in terza persona. Studentessa universitaria alquanto incerta presso la facoltà di Architettura, molto spesso ho la tentazione di mollare tutto e andare a fare il trovatore; nel frattempo scrivo e coloro, facendo il possibile per non prendermi sul serio.

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Stelle cadenti:


#) (Trovare) la parte mancante.
#) Ricominciare a studiare il francese.
#) Studiare dizione con tanta buona volontà.
#) Iscrivermi ad un corso di nuoto.
#) Avere Autocad e Photoshop sul computer.
#) Passare l' esame di matematica.
#) (Ri)vedere Pippi, Jacque e gli altri.
#) Passare l' esercitazione sulle proiezioni ortogonali.
#) Comprare un giacchetto pratico e fashion.
#) Superare la paura di disegnare.
#) Scrivere un libro di testo di matematica.
#)Guardare "Colazione da Tiffany"
#) Un lavoro compatibile con l'uni.
#) Convincere le bimbe ad andare al Seven.
#) Fare spese da Zara e H&M per i saldi.
#) Sorridere sempre.

Vite parallele:


Cla; Ile; Jacque; Krys; Marty; Pippi.

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